Quarto appuntamento con un mio racconto inedito su Vanity Fair

Quarto appuntamento con Lorenzo Marone. Dopo la presentazione del suo libro La tentazione di essere felici, ecco il terzo dei sei racconti inediti che ha scritto per questo blog (cliccando su questi link potete leggere i primi due: Vi sentite mai sicari o paravento (io si’)? e Il tempo delle lumache).
Lo sguardo è sempre quello del cinico-sincero 77enne Cesare Annunziata del suo romanzo. Qui ci racconta di un eroe normale, che (almeno me) lascia alla fine come regalo una nostalgia buona, se non una picciola lacrima nascosta.

Nella mia strada viveva un supereroe.
Il suo nome era Michele, ma si faceva chiamare Mister Michi, e anzi se lo chiamavi Michele, lui si arrabbiava e dava in escandescenze. Aveva fra i quaranta e i cinquant’anni, capelli lunghi arricciati alla base, barba nera con pizzetto che sfumava nel bianco, e indossava tutti i giorni un maglione scuro a collo alto con una M rossa in petto dipinta con un pennarello.
Nel quartiere lo conoscevano tutti, e tutti lo salutavano affettuosamente, anche se non sempre lui ricambiava. Mister Michi, infatti, era molto impegnato, doveva aiutare gli anziani ad attraversare la carreggiata. Non c’era vecchio della zona che potesse passeggiare tranquillo senza vedersi affiancare dal supereroe. Poi un giorno mi confidò di essersi stancato e di non provare più mordente nell’aiutare gli anziani, ma di ambire a un compito più alto.
«Perché non aiuti quella donna con il pancione? Lei sicuramente ha bisogno di un supereroe…» dissi, nella speranza di levarmelo di torno.
Non potevo sapere che il mio egoistico consiglio lo avrebbe fatto diventare il paladino delle donne incinte, “il protettore dei bambini che ancora devono venire al mondo”, come lo definì un giornale locale, sul quale il nostro eroe compariva su una foto mentre abbracciava una giovane ragazza col pancione.
Un pomeriggio lo trovai seduto sui gradini del mio palazzo.
«Ué, Mister Michi» dissi e lui si alzò di scatto e mi offrì il braccio.
«Ce la faccio da solo» ribattei stizzito, come sempre accade quando qualcuno mi ricorda che sono vecchio.
Lui, però, non se la prese e disse che era venuto a salutarmi, ché doveva andare in un posto lontano, dove c’era un sacco di gente che aveva bisogno del suo aiuto e dei suoi superpoteri. Seppi poi che si trattava di una casa di cura per malati mentali ai Camaldoli.
Tornò a casa a Natale e per qualche giorno lo incontrai di nuovo per strada con il suo maglione da supereroe. Sembrava contento perciò mi allontanai prima che mi aiutasse ad attraversare. Finite le feste, non lo vidi più. Poi l’altra mattina, avevo appena comprato il giornale, l’edicolante mi fa: «Ragioniere, avete saputo?»
«Cosa?»
«Di Michele…»
Era successo che il nostro supereroe si era buttato giù dal tetto della casa di cura.
Sono rimasto sul divano a guardare la televisione spenta per tutto il giorno, finché mi sono addormentato. Da allora mi sforzo di non pensare a Mister Michi, anche se c’è un particolare che non mi aiuta: in giro ci sono ancora tante mamme col pancione. Se non fossi vecchio, prenderei io il posto di Michele, anche se non credo di avere superpoteri.
A ogni modo credo che lassù Mister Michi sia contento, in fondo è nella casa del supereroe per eccellenza. Quaggiù, invece, non era il suo posto. Quaggiù non abbiamo grande dimestichezza con la magia, e neanche con chi ha qualche rotella fuori posto e si offre di aiutare gli altri. Quaggiù crediamo che un gatto nero porti male e quando vediamo cadere un piccolo meteorite che brucia al contatto con l’atmosfera, esprimiamo un desiderio.
Ai superpoteri, però, proprio non sappiamo credere.

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