La mia intervista su La Repubblica

Salvato dalle aspre confessioni di un vecchio. E da un dolore molto privato. «Sì, raccontare questo anziano così tagliente in apparenza, che ha gettato via buona parte dei suoi giorni e però è ancora in grado di riscattare la sua apatìa di fronte alla sofferenza di una donna, mi è servito a saltare il guado. A mollare il mio mestiere d’avvocato incardinato da generazioni, e provare a fare lo scrittore sul serio». Lorenzo Marone, autore de “La tentazione di essere felici”, ha appena chiuso un tour di dieci mesi in Italia e in Europa al fianco del suo personaggio.

Spiazzante, irresistibile: Cesare Annunziata, protagonista amato da lettori di generazioni diverse, è stato (solo temporaneamente) lasciato in un angolo. E per i fan di Marone ora c’è una duplice attesa: agli sgoccioli. Il regista Gianni Amelio, Leone d’oro a Venezia 1998, viene a girare a Napoli il film liberamente ispirato al suo libro («con un grande cast», anticipa). E intanto esce, sempre per Longanesi, la sua nuova opera di cui ci regala i primi, inediti ingredienti. «Stavolta il personaggio centrale sarà un quarantenne di una borghese famiglia napoletana». E la città, ancora una volta, è tratteggiata con pennelate sobrie, priva di eccessi. Lo scrittore, 41 anni, un figlio di quattro mesi, viene da una famiglia di noti professionisti, suo padre Riccardo é stato vicesindaco e poi sindaco nella stagione luminosa del primo Bassolino, e l’ex ragazzino che scendeva di notte con loro «a piazzare fioriere o controllare lavori», oggi è un padre che guarda alle amministrative con quieto disincanto. «Non ho deciso ancora. Tra l’altro sono uno che ha creduto alla svolta de Magistris».
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Lorenzo Marone, come si è materializzato dentro di lei il Cesare 77enne burbero, ironico e commovente?
«È la cosa che mi chiedono anche all’estero: come hai fatto a calarti nella testa di uno così anziano. Ma l’idea di base non era raccontare la vecchiaia, quanto l’importanza di scegliere. Cesare è un uomo che si accorge di aver gettato gran parte della sua esistenza : ha fatto un lavoro che non gli piaceva, ha sposato una donna che non amava fino in fondo. A un certo punto dice : “Io sono nel non fatto”. Intendiamoci, i bilanci si fanno anche a 40 anni, io giá li ho fatti e ho i miei rimpianti. Cesare, a un certo punto, dice : quando avverti lo scampanellìo, drizza le orecchie, ché a sbagliare la rotta basta un attimo. Mi serviva un personaggio che avesse poco tempo per rimediare al non fatto».

Il romanzo passa anche attraverso la drammatica realtà del femminicidio. Si era ispirato a qualche episodio?
«No, ma in Italia muore una donna di femminicidio ogni tre giorni, volevo ricordare quello che avviene tra le pareti domestiche. Però era il dolore che mi interessava: è quello che spinge Cesare ad uscire dalla sua gabbia. In fondo, questa incapacità di spezzare le catene é un problema che conosco. Anche io avevo scelto la strada più semplice…».

La professione di famiglia: avvocato.
«Sì, sbagliando tutto. Già dopo i primi esami, capii che non faceva per me. Sono andato nelle scuole apposta per dire ai ragazzi “attenti alle vostre scelte, date ascolto alle passioni”. Anche a me, il coraggio, è stato il dolore a darmelo. Mia moglie non è stata bene e lì ho capito che dovevo prendere in mano le redini di una vita. Il dolore é quella scintilla che mette in moto il meccanismo della rinascita e della salvezza».
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Napoli compare come città-sfondo, il condominio borghese, il Vomero. Stessa scelta anche nel prossimo romanzo?
«Sì. Penso che Napoli debba essere raccontata così: una grande città, vite più o meno regolari ma dentro una contemporaneità fluida. Oltre Gomorra, che capisco e che fotografa impietosamente una realtà, c’è altro».

Il protagonista del suo nuovo romanzo?
«Gioco in casa, stavolta. Sarà un mio coetaneo, un quarantenne. Al centro di una grande famiglia allargata. In un certo senso, si può dire autobiografico. Sono affascinato dalle relazioni, dai meccanismi che si instaurano in queste famiglie dove spesso ti affibbiano un ruolo poi difficile da abbandonare. Se La tentazione è il romanzo sul “non fatto” di Cesare, questo è un racconto sul “non detto”. Perché certe cose restano sepolte per decenni. …».

C’è l’eco della letteratura americana che indaga sui grandi nuclei…
«Sì, ne sono un grande ammiratore. Ho amato molto “Le correzioni” di Franzen. Ma sono un divoratore di libri, di Bukowsy, tra gli italiani Elsa Morante, e tra i contemporanei De Silva».

Suo padre si è un po’ riconosciuto nel ritratto di Cesare. Ora che i ruoli sono invertiti – lui non più amministratore, e lei scrittore di successo – riesce a giudicare da cittadino quel periodo?
«Fu una stagione speciale, in cui tutti si battevano per la rinascita della città, ricordo bene i sacrifici di Bassolino e mio padre: anche di notte uscivano. Ma ho creduto anche nella svolta di de Magistris. E ora se vuole imbarazzarmi con una domanda sulle amministrative…». Sorride. «La verità è che ci devo pensare ».

Il crescendo finale del libro è sul senso della vita per Cesare, mentre lui entra in sala operatoria. Sono 107 piccoli irrinunciabili piaceri. “Mi piace essere spiritoso, mi piace un libro quando mi attende sul comodino, mi piace il Vesuvio che mi fa sentire a casa” . Eccetera. Lei quale preferisce ?
«Questo: mi piace chi ama per primo»

Come la mettiamo con Ariosto: in amor vince chi fugge?
«Sono un perdente, c’ho messo 15 anni e una gavetta lunghissima per arrivare fin qui».

di Conchita Sannino




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